“La ragazza del convenience store” di Murata Sayaka

Amo gli autori giapponesi, motivo per cui “La ragazza del convenience store” di Murata Sayaka mi ha sin da subito incuriosita. Nel 2016, con quest’opera, l’autrice ha vinto il premio Akutagawa, uno dei più prestigiosi riconoscimenti letterari in Giappone. Si tratta inoltre di un best-seller che ha venduto nel paese d’origine più di un milione di copie.


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Titolo: La ragazza del convenience store

Autore: Murata Sayaka

Traduttore: Gianluca Coci

Editore: Edizioni e/o (2018)


Sin dalla prima pagina veniamo introdotti all’interno di un convenience store o konbini, tipico minimarket giapponese aperto 24h su 24. Qui lavora Furukura Keiko, la protagonista di questa storia. Il punto di vista è il suo. Ci descrive la frenesia dei rumori e il concatenarsi delle azioni dei clienti e delle commesse che ci lavorano. Keiko è un personaggio particolare, non allineato agli standard della società. Sin da quando è una bambina viene guardata come diversa e per evitare di far soffrire i propri cari con atteggiamenti considerati sbagliati da chi la circonda, decide di reprimere la sua vera natura e di indossare una maschera. Per questo motivo diventa una bambina silenziosa e solitaria. La sua vita prende una svolta importante quando, ai tempi del liceo, trova lavoro presso un convenience store. Durante il training viene spiegato agli impiegati come accogliere il cliente e vengono esposte le rigide regole da seguire. Ed è proprio in queste regole che Keiko trova la sua salvezza. Dentro lo store sa come comportarsi, sa esattamente cosa dire, si sente finalmente “normale”.

«In quell’istante, per la prima volta nella vita, assaporai la sensazione di aver trovato il mio posto nel mondo. Sono nata, finalmente!, pensai entusiasta. Quello fu il primo giorno della mia nuova vita come “normale” componente degli ingranaggi della società».

Così, rimarrà a lavorare nello stesso convenience store per 18 anni e, come sospesa nel tempo, la ritroviamo ancora lì all’età di 36 anni. Si sono succeduti tanti responsabili e diversi colleghi, ma lei è rimasta sempre lì. All’inizio i genitori erano contenti del suo impiego ma con il passare degli anni temono che non farà mai carriera. La società si aspetta che abbia un lavoro a tempo indeterminato e un marito. Per questo motivo è costretta a mentire e nascondersi agli altri, inventando scuse su scuse per apparire il più normale possibile. L’incontro con Shiraha, personaggio chiave della storia, stravolgerà la vita della protagonista. Considerazioni più specifiche, riservate a chi ha già letto il libro e desideri confrontarsi, si trovano in fondo nella parte intitolata “CONSIDERAZIONI CON SPOILER”.

La cosa che mi è piaciuta di più di questo testo è il fatto che il lato introspettivo sia predominante. Di per sé, la trama è molto semplice ma ciò non disturba, perché la storia è focalizzata sulla protagonista, su cosa pensa e cosa prova. Risulta un personaggio credibile, in tutta la sua stranezza. Non sono però riuscita a immedesimarmi appieno in lei, nonostante io condivida il suo senso di inadeguatezza. Fa di tutto per apparire normale: copia l’abbigliamento di una sua collega, imita le espressioni facciali di un’altra, studia e mixa il modo di parlare di entrambe. In questo modo sembra normale (o crede di sembrarlo?) ma sta semplicemente ripetendo un copione studiato nei minimi dettagli. Esattamente come quello del suo primo training nello store. La sorella, in una scena, le dice in lacrime che non la riconosce più.

«Da quando lavori in quel konbini sei diventata ancora più strana. Persino il tuo modo di parlare è cambiato. Hai un’espressione innaturale, non sei te stessa… Quando parli sembra quasi che ti rivolga a dei clienti… Ti supplico, fai uno sforzo, comportati come una persona normale!».

Quello che è adesso, in effetti, Keiko lo ha assimilato dalle sue colleghe. Chi è lei davvero? Non lo sa più. Così intenta a mascherare la sua personalità, l’ha ormai perduta nel tentativo di apparire normale e piacere agli altri. Quello che ottiene è una caricatura di se stessa.

Il rapporto di Keiko con lo store è ossessivo. Quando non lavora, pensa sempre alle cose da fare in negozio e la musica del konbini la aiuta ad addormentarsi. Sembra quasi che, al di fuori del konbini, la sua vita non abbia senso. Che lei non esista.

«Quando penso che il mio corpo si nutre soprattutto di alimenti del konbini ho la viva sensazione di essere parte integrante del negozio al pari degli scaffali, della macchina del caffè e di tutto il resto».

La normalità è al centro di questo romanzo ed è su questa che si è portati a riflettere: è più legittima la stranezza di Keiko oppure l’impicciarsi nella sua vita da parte delle persone cosiddette “normali”? È giusto lasciarla in disparte o farla sentire ancora più inadeguata con domande che la mettono a disagio solo perché non è allineata a quelle che sono le aspettative esterne? Sarà capitato a tutti di ricevere domande scomode del tipo “non hai ancora finito gli studi?”, “non hai ancora un lavoro?”, “un fidanzato ce l’hai?”, “non ti sposi?”, “a quando un bambino?”. Perché, se non fai queste cose nei tempi prestabiliti, agli occhi di molti significa che non stai seguendo il corso “normale” delle cose.

Sono felice di aver letto questo romanzo. La sua semplicità non ne inficia il messaggio finale, anzi permette di arrivare a esso con più facilità grazie alla scorrevolezza e linearità di linguaggio che lo caratterizzano. Mi ha lasciato alcuni interrogativi ma mi ha anche fornito molti spunti di riflessione: è meglio rimanere se stessi pur andando controcorrente o rinunciare alla propria personalità nel tentativo di omologarsi agli altri, nel nome di un ideale di normalità da perseguire? L’unica cosa che mi è piaciuta meno è l’aver riscontrato una grande lacuna nella caratterizzazione di Keiko. Sì, il romanzo ne indaga in profondità la psiche ma non quanto basta per comprenderla appieno. I suoi atteggiamenti non sono solo strani, in alcuni casi si sfiora la patologia, eppure non hanno un’apparente motivazione. Lei è così e basta. Anzi, viene ritenuto necessario dall’autrice sottolineare che non hanno origine da un contesto familiare poco felice. Keiko è sempre stata amata. Eppure non è mai stata capita neanche dalle persone più care che ha. Il perché ragioni in un determinato modo non è dato saperlo. Questo, ecco, mi è risultato poco credibile ed è una cosa che non viene mai approfondita. È come se mancassero le basi di tutto un ragionamento che, preso a sé, appare invece perfettamente verosimile.

Una lettura che lascia il segno.

CONSIDERAZIONI CON SPOILER!!!

Nel tentativo di non essere ripetitiva con quanto detto sopra, qui passerò direttamente in rassegna alcuni episodi che mi hanno colpita maggiormente e che consentono di comprendere meglio il personaggio di Furukura Keiko.

Per prima cosa, vediamo nel dettaglio i due aneddoti relativi all’infanzia di Keiko che ci fanno subito capire che non si tratta di una bambina come le altre. Il primo avviene al parco, quando Keiko vuole portare a casa un uccellino morto per mangiarlo. Visto che al padre piace il pollo fritto le sembra una cosa naturale. Non capisce perché la madre la ammonisca a quel modo, sostenendo che la cosa giusta sia fare un funerale per l’animaletto. Il secondo episodio risale al tempo delle elementari quando Keiko, per dividere due compagni che litigano, colpisce il primo con una pala facendolo cadere al suolo e, se non fosse stata fermata, avrebbe colpito anche il secondo. Non riesce a comprendere cosa ci sia di strano, ha scelto il metodo più rapido per fermarli.

Il primo pensiero che mi è venuto in mente per spiegare gli atteggiamenti di Keiko è che avesse una situazione familiare difficile, ma, come già detto, non è così. Da quanto ci racconta la protagonista, la sua è sempre stata una famiglia serena. I genitori e la sua sorellina più piccola l’hanno sempre amata molto. Per non farli più soffrire, come sappiamo, decide di non esporre più i suoi pensieri e di non prendere iniziative di alcun tipo. Da quel momento Keiko indosserà una maschera e la terrà su per tutta la vita. Il suo travestimento le permette di vivere tra la gente cosiddetta normale, riuscendo a mimetizzarsi abbastanza bene. Da quel momento, condurrà una vita improntata all’evitamento, annullerà se stessa. E nessuno se ne accorge. Nel corso del romanzo nessuno tenta di capirla, viene giudicata e basta.

Un altro aneddoto che ci lascia entrare per un istante nella psiche della protagonista è quello di quando il bambino della sorella Asami inizia a piangere. Keiko fa un pensiero inquietante e raccapricciante: «sul tavolino spicca la lama del coltello che ha usato per tagliare il dessert. Sarebbe un gioco da ragazzi far tacere il lattante…». Fin dove si spingerebbe Keiko? Qual è la sua reale natura? Se tornasse a esprimere la sua vera personalità, arriverebbe a fare del male? Mi è venuto da chiedermelo.

Keiko ragiona in modo pratico e applica la logica del konbini presso cui lavora anche a tutto il resto.

«Un giorno, quando sarò diventata un peso e metterò a rischio la normalità di questo microcosmo, riceverò un trattamento simile e si sbarazzeranno di me senza pensarci due volte».

«In questo piccolo mondo che si regge sulla normalità gli elementi estranei devono essere eliminati, uno dopo l’altro, in silenzio. Le presenze anomale vanno scartate. Ecco perché devo guarire. Altrimenti sarò allontanata dalla grande tribù delle persone normali. Finalmente capisco perché i miei genitori si disperavano e continuano a disperarsi per me».

Deve guarire per non essere gettata via. Ma sa che un giorno, inevitabilmente, questo succederà.

Un personaggio interessante è quello di Shiraha, un ragazzo di 35 anni che condivide in parte la condizione di Keiko. Ha una sua teoria, sostenendo che la società odierna è rimasta uguale sin dalla preistoria, quando soltanto i più forti riuscivano a ottenere qualcosa mentre i più deboli venivano accantonati e messi da parte. Deboli erano gli uomini che non sapevano cacciare o le donne che non potevano procreare. Anche a lui non fanno altro che chiedere come mai a 35 anni non abbia ancora un lavoro fisso oppure una donna. Questa parte è molto bella perché sembra che i due personaggi abbiano dei punti in comune anche se poi non risulta affatto così. Keiko condivide in parte il suo discorso: anche al konbini gli elementi difettosi vengono eliminati. Non comprende però le sue lamentele e il fatto che scarichi le sue frustrazioni sugli altri. Non capisce come lui possa prendersela con gli altri invece di continuare la sua vita normalmente, accettando la sua diversità come fa lei. Keiko gli fa una proposta a bruciapelo: sposarla. Fanno così un patto comodo a entrambi: lui avrà vitto e alloggio e verrà nascosto alla società; in cambio, grazie al matrimonio, lei apparirà meno strana agli occhi di tutti.

Ho profondamente detestato il personaggio di Shiraha. Si tratta di un essere lamentoso e pieno di odio, rancore e frustrazione nei confronti di tutto e tutti. Inoltre il modo in cui si rivolge a Keiko è a dir poco irrispettoso. Ma lei considera maggiori i vantaggi. Da quando l’ha detto alla sorella e alle amiche ha riscontrato una reazione entusiastica. È la prima volta che si sente trattata appieno come una di loro. La situazione però prende una piega inaspettata. Al konbini le sfugge che sta con Shiraha, così il capo e la collega continuano a farle domande, ridacchiando, senza preoccuparsi degli spiedini di pollo da vendere. Per lei è inconcepibile che davanti al lavoro vengano messe delle questioni personali e per poco non perde la calma. Le sue certezze legate al konbini e alle sue regole si stanno sgretolando. Rientra a casa e trova uno Shiraha più odioso che mai. Continua a ripeterle quanto la gente la tartasserà di domande adesso che ha rivelato di stare assieme a lui. Del fatto che staranno parlando alle sue spalle e che fa ribrezzo, una zitella vergine di 36 anni. Le dice anche che sarà per sempre il suo parassita e non si libererà mai di lui.

Sembra che il libro stia prendendo una piega drammatica e che il punto di esplosione sia vicino. In realtà, come si vedrà, Keiko non esplode mai.

Dopo 18 anni di servizio, si licenzia dal konbini. Sembrano tutti innaturalmente felici, come se non vedessero l’ora di spingerla verso una vita “normale”. È stato Shiraha a convincerla a licenziarsi per trovare un lavoro a tempo indeterminato che possa bastare per entrambi.  Lei non fa altro che pensare a cosa starà succedendo nel suo konbini, non ne sente più la melodia e sembra che la sua vita non abbia più un senso. Non cura più la sua igiene, dorme tutto il giorno mangiando a orari sregolati. Non ha più un punto di riferimento, non ha più una motivazione per andare avanti.

Un altro episodio che mi ha colpita è quello della telefonata da parte della cognata di Shiraha. Risponde Keiko e a un certo punto le viene in mente di domandarle dal nulla: «per il bene dell’umanità è meglio fare dei figli?». Lo chiede perché non ha più uno scopo e si domanda se potrebbe essere quello. La cognata la offende pesantemente, dicendo che non hanno un lavoro e che è meglio non diffondere i loro geni marci. Keiko non si arrabbia, anzi pensa che la donna sia molto intelligente e che le abbia dato un buon consiglio. Come fa a non arrabbiarsi mai? È innaturale. L’unico momento in cui è stata più vicina a cedere è stato quando il capo e i colleghi trascuravano i loro doveri al negozio. Ho sinceramente pensato a questo punto che ci sarebbe stato un finale tragico. Un essere umano non può accumulare tutto questo senza esplodere. Senza avere una parvenza di reazione. Invece no, Keiko va avanti con la sua vita come un automa, quasi non avesse emozioni.

La conclusione del romanzo l’ho trovata positiva solo in parte. Shiraha le ha pianificato un colloquio di lavoro, solo che essendo in anticipo fanno una sosta in un konbini lì vicino. Keiko, rapita dalla musica e in preda alla nostalgia, inizia a sistemare la merce e a dare direttive alle commesse su come migliorare il negozio. Essendo in tailleur, l’hanno scambiata per una responsabile. Shiraha cerca di trascinarla fuori ma lei non vuole seguirlo. Ciò che vuole è lavorare di nuovo al konbini e non ha bisogno di lui.

Lui lei grida: «mi fai schifo! Tu non sei umana!».

Keiko non ha più dubbi o esitazioni:

«Finalmente ho capito. Prima ancora di un essere umano sono una commessa del konbini».

«Contro tutto e tutti, io sono e sarò sempre una commessa del konbini!».

«In quanto essere umano la tua presenza mi facilita le cose e rassicura i miei parenti e i miei amici, lo so. Ma come commessa non ho nessun bisogno di te!».

Non riesco a capire se questo sia un finale positivo o meno. È vero, Keiko ha deciso di fare ciò che la fa stare bene ma ciò non toglie che sia tornata al punto di partenza. Non è cambiato niente, a parte la consapevolezza che non le importa il giudizio degli altri. Rimarrà comunque sola perché è evidente che ha dei problemi di fondo che le impediscono di comunicare e di avere un rapporto sano con altre persone. Non è un atteggiamento costruttivo pensare solo ed esclusivamente al lavoro, preferendolo a qualsiasi rapporto umano. E il lavoro è l’unica cosa che la fa stare bene, vive in funzione del lavoro, respira al ritmo del konbini. Non può farne a meno. Cosa c’è di dolce e spiritoso in questo? (mi riferisco alla definizione in copertina da parte della rivista Vogue). Non riesco a vederci un vero riscatto in questo finale. Nonostante ciò, Keiko ha preso la sua decisione. Il messaggio è comunque positivo visto che ha deciso di fare ciò che è meglio per lei, senza più preoccuparsi del parere altrui, liberandosi di quel viscido parassita che è Shiraha.

7 Replies to ““La ragazza del convenience store” di Murata Sayaka”

    1. Le belle parole che hai speso per me mi lusingano profondamente, e le ricambio di cuore: anch’io adoro il tuo blog, infatti ti ho lasciato 2 Mi piace e ti ho ricambiato il follow. Corro a risponderti nel mio blog! 🙂

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      1. Sì, quella della Free Library Box è una bellissima iniziativa. Anch’io adoro i mercatini dell’usato, si trovano titoli interessanti a ottimi prezzi. Di Doyle non ho ancora letto nulla ma è in programma 😃 mentre di Verne sì. Leggo un po’ di tutto anch’io, classici e fantasy in particolare.

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